domenica 25 marzo 2018

Campione

    



    Mi chiamo Cristian e ho nove anni e mezzo. Parlo poco, ma penso tanto. Me lo dice sempre la mamma quando parliamo al telefono. La casa rossa dove vivo da sei mesi con papà ha muri alti e tante stanze. Da tutte le finestre che ci sono si può vedere il verde giardino che fa il giro della casa.  Ci sono fiori, scivoli, altalene, alberi e due gattini che però vengono da noi solo quando hanno fame: si chiamano Mimmo e Biagio, uno è bianco e l’altro è nero, uno ha la coda e Biagio non ce l’ha più. Chissà che fine avrà fatto! Insieme a me e a papà  vivono anche altri bambini insieme ai loro genitori. C’è Federico che mi ha detto che da grande vuole fare il pompiere,  Marta che parla sempre con Elena la sua amica invisibile, Enrico che non sa dire la n, Mario che mi ruba sempre la matita a scuola e Serena che va sulla bicicletta dei grandi, quella con solo due ruote. 

    La scuola dove papà mi porta tutti i giorni si trova nel grande palazzo grigio, proprio di fronte la casa rossa dove viviamo. Ricordo quando per la prima volta  papà mi ha detto il nome di quel grande palazzo: “Cri, questo posto si chiama Ospedale e le persone che hanno qualche problema possono trovare qui la soluzione giusta per loro. Ti prometto che sarà così anche per te!”. Il mio papà è sempre calmo, paziente e disponibile con tutti e non diventa mai nervoso come il papà di Giada. Quando nella sala dei giochi non trova Gigi -il mio coniglio preferito- quando la macchina che mi aiuta a stare meglio è occupata, quando l’attesa per entrare in sala operatoria è più lunga delle altre volte, lui chiude per qualche secondo gli occhi, fa un respiro profondo e quando li apre fa una carezza sulla mia testa liscia senza capelli, mi sistema sulla bocca la mascherina con le macchinine blu e sorride. Fa così sempre e poi mi dice che “tutti i problemi si risolvono con la calma, Cri”. 

    Qualche giorno fa, mentre ero in ospedale per fare la puntura che mi fa stare meglio, nel letto vicino al mio c’era una ragazza con i capelli neri che piangeva, io la guardavo ed ero preoccupato  per lei e ho capito subito che anche papà aveva la mia stessa preoccupazione. Ad un certo punto lei mi ha guardato e mi ha detto “Ciao”; per me il suo saluto è stato una sorpresa e non sapevo proprio cosa dire, la mia bocca non voleva aprirsi perché ogni volta che vedo le persone che piangono divento fermo come una statua. Allora papà ha detto “Ciao” alla ragazza e subito dopo le ha dato un fazzoletto profumato alla menta. Lei ha preso il fazzoletto, ha detto “Grazie” e ha tirato su col naso. Poi papà le ha detto “Scusami se mi permetto, ma sento di dirti che sei nel posto giusto, cerca di stare tranquilla perché c’è una soluzione a tutto. Sai,  imparare a conoscere e a convivere con la malattia è già un passo in avanti per poterla affrontare e per sconfiggerla. Cerca di essere forte!”. La ragazza con i capelli neri ha guardato papà e io ho capito che lei voleva dire tante cose, ma forse non era quello il momento e allora tra le tante parole che giravano nella sua testa ne ha scelte due e le ha tirate fuori con un filo di voce:  “Grazie Davvero”. Subito dopo la ragazza è stata portata in sala operatoria e non l’ho più vista, ma i suoi occhi umidi sono ancora davanti ai miei ogni volta che penso a lei.

     La mia maestra preferita di chiama Carla e da due mesi ha iniziato a chiamarmi “campione”. Quando le ho chiesto “perché mi chiami così?” lei mi ha detto che papà le aveva detto che le medicine che i dottori mi avevano iniziato a dare attraverso quel tubicino trasparente che andava a finire nel mio braccio stavano iniziando a funzionare bene su di me e che dovevo continuare così. Papà mi ha detto che presto torneremo dalla mamma e da Marco, il mio fratellino di tre mesi. Mi ha detto che ci stanno aspettando e che anche i nonni non vedono l’ora di rivedermi. Anche papà ha iniziato a chiamarmi come mi chiama la maestra Carla, ma ogni volta che lo fa io penso che per me il vero campione sarà per sempre lui. 

domenica 4 febbraio 2018

Nostalgia



“Sentimento malinconico che si prova nel rimpiangere cose e tempi ormai trascorsi o nel desiderare intensamente cose, luoghi e persone lontane”. Ecco questa è la definizione di Nostalgia ed è anche la mia. Del resto io sono quella dallo sguardo sognante di fronte al finestrino di qualsiasi treno, quella che si perde nelle sfumature delle albe e dei tramonti, quella che difficilmente fa pace con i cambiamenti, quella che alle canzoni lega i ricordi e anche i profumi, quella che al dito ha ancora l’anello del primo fidanzato, quella che conserva le sue prime scarpine rosa con l’idea che un giorno saranno calzate da sua figlia, quella che con difficoltà accetta che quello che è stato non sempre ancora sarà. Sono sempre io quella che non ha piena consapevolezza degli anni che passano così come dei torti subiti perché la mia malandata, ma salvifica  memoria  tende a cancellare ciò che mi ha fatto davvero male.  “Sentimento malinconico che si prova nel rimpiangere cose e tempi ormai trascorsi o nel desiderare intensamente cose, luoghi e persone lontane”. Ecco questa è la definizione di Nostalgia ed era anche la mia perché da adesso si cambia veramente.

martedì 2 agosto 2016

Riparare con l’oro


Kintsugi o kintsukuroi - letteralmente “riparare con l’oro”- è il nome di un’antica tecnica giapponese impiegata per la riparazione di oggetti in ceramica che si sono rotti. Questa tecnica consiste nel saldare insieme i frammenti dell’oggetto utilizzando una mistura di lacca e oro in polvere o, più raramente, di lacca e argento.
Lo scopo delle riparazioni eseguite con questa tecnica non è quello di nascondere il danno, ma di enfatizzarlo, incorporandolo nell’estetica dell’oggetto riparato che in tal modo diventa, dal punto di vista artistico, “migliore del nuovo”. Rispetto all’oggetto nuovo, infatti, l'oggetto riparato è più prezioso, sia per la presenza dell’oro o dell’argento, sia per il suo essere unico.  
Per gli occidentali, nella vita quotidiana, il più delle volte una rottura ha un’accezione negativa, di vergogna e dolore, di senso di colpa e fallimento.  Al contrario, per  i giapponesi, ogni storia, anche la più travagliata e dolorosa, è origine di bellezza e ogni cicatrice viene mostrata orgogliosamente come la cosa più preziosa di cui sono in possesso.

giovedì 23 giugno 2016

Pedone Maledetto


Hai presente quando sei in macchina e hai fretta perché, tanto per cambiare, sei in ritardo?
È scientificamente provato che sulla tua strada incontrerai delle strisce pedonali e un fastidioso pedone che si appresta a calpestarle per attraversare.
Tu sei infastidito da quella presenza, ma concedi al pedone il lusso di passare e con la mano fai quel gesto che sottolinea la grande concessione che gli stai facendo.
Hai presente quando quel pedone rallenta il suo passo sulle strisce, ti guarda sdegnato in maniera strafottente e decisamente ingrata di fronte alla tua gentile concessione di farlo attraversare? 
Ecco, quel pedone sono sempre io.

lunedì 30 maggio 2016

Diari di Guerra


Venerdì 30 Maggio 1944, Mezzogiorno
C’era un sole alto, l’aria era calda e quello era il mio secondo giorno al Ristorante Italia. Dovevo ancora realizzare il fatto di essere riuscita a trovare lavoro come cameriera proprio lì, in quel locale così prestigioso al centro della città, in piena Piazza Venti Settembre. Nicola il titolare, riuscendo a malapena a nascondere il suo orgoglio macchiato di ansia da prestazione, mi aveva  detto che quel giorno a pranzo avremmo avuto degli ospiti speciali: il generale tedesco Albert Kesselring con alcuni dei suoi più stretti collaboratori. Proprio per via della loro presenza, il locale sarebbe rimasto chiuso al pubblico così da poter assicurare al generale e ai suoi il Rispetto e la Riservatezza che si confacevano ad uno degli amici più fedeli di Hadolf Hitler. Così mi aveva detto il Signor Nicola e io, che i motivi di quella guerra proprio non li avevo capiti, non riuscivo a comprendere neanche il Perché di tutta quella devozione nei confronti di chi la guerra la macchinava e la portava avanti come Kesselring  e i suoi. Mentre facevo queste riflessioni tra me e me, lucidavo l’argenteria, spolveravo per bene qualsiasi piano d’appoggio mi capitasse a tiro e avvicinavo le sedie foderate di pregiata stoffa bianca ai tavoli rotondi intorno ai quali avrebbero preso posto il generale e gli altri. Mi accorsi che gli ospiti erano arrivati perché il Signor Nicola si schiarì la voce con un colpo di tosse prima di aprire la pesante porta d’ingresso che ridava sotto la pregiata pensilina decorata. Disse loro “Willkommen!” - benvenuti in tedesco - e li accompagnò al tavolo rotondo. Iniziai a servire loro il ricco pranzo partendo dagli antipasti caldi come si faceva con gli ospiti d’onore.



Venerdì 30 Maggio 1944, Mezzogiorno
C’era un sole alto, l’aria era calda e quello era giorno di mercato. Mi ero accorta di non avere il rosmarino da mettere nella zuppa di fagioli e decisi di fare un salto alla bancarella sotto casa per prenderlo, lasciando borbottare la pentola di terracotta sulla stufa sotto l’occhio attento dei miei due figli.  Eravamo in guerra e ci chiedevamo tutti se e quando sarebbe finita. Ogni giorno era fatto di paura e di perché e io dovevo essere forte, anche se forte non ero. Il mio amato marito se n’era andato, logorato da una brutta polmonite e i miei figli erano tutto ciò che avevo e che dovevo difendere. Tra un sospiro e un pensiero mi chiusi il portone dietro le spalle e mi avviai verso la bancarella di Maria, dove sapevo che avrei trovato il rosmarino migliore. Ricordo che fu un attimo, il rumore assordante delle esplosioni ci travolse tutti in Largo Faraglia e si mescolò a polvere, sangue e grida. Polvere, sangue e grida di persone normali. Proprio come me.



Venerdì 30 Maggio 1944, Mezzogiorno

C’era un sole alto, l’aria era calda e quel giorno un bombardamento aereo da parte di angloamericani spense le vite di persone comuni e ignare di tutto, tra piazza Garibaldi e Largo Faraglia. Tantissimi furono i feriti. Dicono che l’obiettivo fosse  il generale Kesserling che si trovava nel Ristorante Italia a tracciare, con i suoi, le linee per la ritirata tedesca dall’Italia. 

venerdì 2 ottobre 2015

Nonna.


Stamattina Google mi ha ricordato che è la festa dei nonni e io l’ho ricordato a te, telefonandoti. 
Siamo lontane, ma il pretesto per sentirci sappiamo bene come trovarlo per ritrovarci. Sempre. Tu sei l’unica nonna che io abbia e io sono la tua nipote più grande. Tu mi hai insegnato molto e continui a darmi lezioni di vita con la tua forza d’animo che si traduce in forza fisica, nonostante le tue novanta primavere, la tua schiena che fa i capricci e quel bastone al quale ti appoggi da quando tuo marito non c’è più. Mi hai insegnato a ricamare, a fare il punto croce, il punto a giorno, a fare la maglia di lana e la pasta all’uovo, a piegare bene i panni appena ritirati per poterli stirare col minimo sforzo, a dire un proverbio per ogni situazione e a lasciarsi andare ad una risata anche quando le uniche cose a scappare sarebbero le lacrime. Mi dici spesso “Beato chi ti si prende!” e mi ricordi che il corredo che hai preparato per me è nella cassapanca in camera tua. Io ti ascolto, sorrido, mi si stringe il cuore e spero di non deluderti mai. 
Io a te ho spiegato la Seconda Guerra Mondiale, così come l’ho studiata sui libri di scuola. Tu l’hai vissuta, ma non perdi mai occasione per dirmi quanto bene io te l’abbia raccontata e che era proprio vero che i tedeschi vi facevano preparare i pasti per loro, ma che non li assaggiavano prima che foste voi a farlo, per scongiurare il rischio di avvelenamento. Ti ho insegnato che i fuochi d’artificio sono belli da vedere quando non c’è la paura di dover scappare veloce chissà dove per cercare riparo. 
Ti ho sempre ringraziata per tutto quello che hai insegnato a me e agli altri nipoti e l’ho fatto anche il giorno della festa per il tuo 90mo compleanno, ad agosto di quest’anno, parlando a braccio davanti a tutta la famiglia con addosso la commozione più forte mai provata prima. Tu mi hai guardata negli occhi lucidi, come i tuoi, e mi hai detto sorridendo: ”Già ti viene da piange, non ce la fai a parlà!”. Io ho fatto un respiro profondo e sono riuscita a dire ciò che avevo dentro e a dirti quel Grazie che mi rende quotidianamente orgogliosa di essere la nipote di nonna Rosa.

giovedì 11 giugno 2015

Conservare.


Gerarchia, meritocrazia e gavetta sono concetti che ho imparato fin da piccola grazie ai pomodori.  
Agosto era il  mese delle conserve da aggiungere a quelle dell’anno prima che sarebbero in ogni caso bastate per altri dieci anni. 
Sveglia all’alba e donne all’opera. Ricordo che la notte prima si andava tutte a dormire con una sana ansia da prestazione.  La prima ad alzarsi era sempre e comunque nonna, nonostante i tentativi di dissuasione da parte di figlie e vicine di casa perché “non ci corre dietro nessuno!”. Nonna  Rosa predisponeva l’ambiente di lavoro nel migliore dei modi con tutto il necessario perché i pomodori rossi e lunghi passassero attraverso le varie fasi di lavorazione: prima l’accurato lavaggio, poi l’asciugatura, seguita dall’eliminazione della buccia, poi dallo spaccamento a metà dei pomodori e l’inserimento degli stessi in barattoli trasparenti nei quali venivano infilate delle profumate foglie di basilico che lei aveva accuratamente lavato e asciugato la sera prima. 
Ho fatto il mio ingresso in questa articolata catena produttiva in seconda elementare, con una grande busta di plastica bianca con il fondo tagliato e con i manici che si posavano sulle mie spalle. Mi sentivo grande con quel grembiule, nonostante fosse letteralmente improvvisato. Il mio compito – o meglio il compito che nonna aveva pensato per me – era portare i pomodori nelle bacinelle colorate perché le altre potessero sbucciarli. Poi prendevo i pomodori senza buccia e li spostavo in altre bacinelle dove altre mani li avrebbero spaccati a metà ed infilati nei barattoli di vetro, aiutandosi con una bacchetta di legno per evitare che si formassero delle bolle d’aria tra uno strato e l’altro. Ho trascorso almeno  quattro agosti facendo questo e mi piaceva così tanto. Poi l’avanzamento di grado: un grembiule rosso con disegnati un gilet e un papillon e un coltello in dotazione tutto per me. Finalmente anch’io potevo sbucciare i pomodori! Ricordo che parlando al telefono con una mia amica le avevo detto di questa mia promozione sul campo e ricordo anche il suo disappunto visto che lei non aveva ancora avuto la possibilità di partecipare alla preparazione delle conserve perché considerata troppo piccola, quando in realtà non eravamo altro che coetanee. 
Dopo quella prima promozione ne seguirono altre a stretto giro, agosto dopo agosto, estate dopo estate. Tutti i miei scatti di carriera furono il frutto di un’ attenta osservazione da parte di nonna Rosa. Eccomi a tagliare a metà i pomodori, facendo attenzione nel controllare che tutti fossero integri e scartando quelli malandati; l’anno successivo ero l’addetta alla chiusura delle bottiglie di passata con tappi a corona.  Sentivo distintamente la responsabilità sulle mie spalle e nelle mie mani. L’anno dopo eccomi ad infilare pomodori nei barattoli per poi a passarli a mio zio, unico uomo ammesso nella squadra, che era l’addetto alla chiusura ermetica dei barattoli che poi venivano tuffati in un grande calderone pieno d’acqua con fiamma viva sotto per far sì che le conserve potessero  intraprendere il viaggio verso la sterilizzazione. 
Ricordo il profumo intenso del basilico, quello del pomodoro un po’ lessato un po’ crudo, le mie mani arricciate come quando si sta troppo tempo in mare e quei semini viscidi che finivano ovunque e che continuavano a rispuntare secchi anche dopo giorni dalla preparazione delle conserve. Ricordo la serietà e la precisione di noi tutte nell’eseguire il lavoro. Ricordo tanto di quel periodo. Un po’ perché sono pur sempre una nostalgica del cavolo e un po’ perché conservare il ricordo è il miglior modo per andare avanti, anche quando le conserve non si fanno più.