martedì 2 agosto 2016

Riparare con l’oro


Kintsugi o kintsukuroi - letteralmente “riparare con l’oro”- è il nome di un’antica tecnica giapponese impiegata per la riparazione di oggetti in ceramica che si sono rotti. Questa tecnica consiste nel saldare insieme i frammenti dell’oggetto utilizzando una mistura di lacca e oro in polvere o, più raramente, di lacca e argento.
Lo scopo delle riparazioni eseguite con questa tecnica non è quello di nascondere il danno, ma di enfatizzarlo, incorporandolo nell’estetica dell’oggetto riparato che in tal modo diventa, dal punto di vista artistico, “migliore del nuovo”. Rispetto all’oggetto nuovo, infatti, l'oggetto riparato è più prezioso, sia per la presenza dell’oro o dell’argento, sia per il suo essere unico.  
Per gli occidentali, nella vita quotidiana, il più delle volte una rottura ha un’accezione negativa, di vergogna e dolore, di senso di colpa e fallimento.  Al contrario, per  i giapponesi, ogni storia, anche la più travagliata e dolorosa, è origine di bellezza e ogni cicatrice viene mostrata orgogliosamente come la cosa più preziosa di cui sono in possesso.

giovedì 23 giugno 2016

Pedone Maledetto


Hai presente quando sei in macchina e hai fretta perché, tanto per cambiare, sei in ritardo?
È scientificamente provato che sulla tua strada incontrerai delle strisce pedonali e un fastidioso pedone che si appresta a calpestarle per attraversare.
Tu sei infastidito da quella presenza, ma concedi al pedone il lusso di passare e con la mano fai quel gesto che sottolinea la grande concessione che gli stai facendo.
Hai presente quando quel pedone rallenta il suo passo sulle strisce, ti guarda sdegnato in maniera strafottente e decisamente ingrata di fronte alla tua gentile concessione di farlo attraversare? 
Ecco, quel pedone sono sempre io.

lunedì 30 maggio 2016

Diari di Guerra


Venerdì 30 Maggio 1944, Mezzogiorno
C’era un sole alto, l’aria era calda e quello era il mio secondo giorno al Ristorante Italia. Dovevo ancora realizzare il fatto di essere riuscita a trovare lavoro come cameriera proprio lì, in quel locale così prestigioso al centro della città, in piena Piazza Venti Settembre. Nicola il titolare, riuscendo a malapena a nascondere il suo orgoglio macchiato di ansia da prestazione, mi aveva  detto che quel giorno a pranzo avremmo avuto degli ospiti speciali: il generale tedesco Albert Kesselring con alcuni dei suoi più stretti collaboratori. Proprio per via della loro presenza, il locale sarebbe rimasto chiuso al pubblico così da poter assicurare al generale e ai suoi il Rispetto e la Riservatezza che si confacevano ad uno degli amici più fedeli di Hadolf Hitler. Così mi aveva detto il Signor Nicola e io, che i motivi di quella guerra proprio non li avevo capiti, non riuscivo a comprendere neanche il Perché di tutta quella devozione nei confronti di chi la guerra la macchinava e la portava avanti come Kesselring  e i suoi. Mentre facevo queste riflessioni tra me e me, lucidavo l’argenteria, spolveravo per bene qualsiasi piano d’appoggio mi capitasse a tiro e avvicinavo le sedie foderate di pregiata stoffa bianca ai tavoli rotondi intorno ai quali avrebbero preso posto il generale e gli altri. Mi accorsi che gli ospiti erano arrivati perché il Signor Nicola si schiarì la voce con un colpo di tosse prima di aprire la pesante porta d’ingresso che ridava sotto la pregiata pensilina decorata. Disse loro “Willkommen!” - benvenuti in tedesco - e li accompagnò al tavolo rotondo. Iniziai a servire loro il ricco pranzo partendo dagli antipasti caldi come si faceva con gli ospiti d’onore.



Venerdì 30 Maggio 1944, Mezzogiorno
C’era un sole alto, l’aria era calda e quello era giorno di mercato. Mi ero accorta di non avere il rosmarino da mettere nella zuppa di fagioli e decisi di fare un salto alla bancarella sotto casa per prenderlo, lasciando borbottare la pentola di terracotta sulla stufa sotto l’occhio attento dei miei due figli.  Eravamo in guerra e ci chiedevamo tutti se e quando sarebbe finita. Ogni giorno era fatto di paura e di perché e io dovevo essere forte, anche se forte non ero. Il mio amato marito se n’era andato, logorato da una brutta polmonite e i miei figli erano tutto ciò che avevo e che dovevo difendere. Tra un sospiro e un pensiero mi chiusi il portone dietro le spalle e mi avviai verso la bancarella di Maria, dove sapevo che avrei trovato il rosmarino migliore. Ricordo che fu un attimo, il rumore assordante delle esplosioni ci travolse tutti in Largo Faraglia e si mescolò a polvere, sangue e grida. Polvere, sangue e grida di persone normali. Proprio come me.



Venerdì 30 Maggio 1944, Mezzogiorno

C’era un sole alto, l’aria era calda e quel giorno un bombardamento aereo da parte di angloamericani spense le vite di persone comuni e ignare di tutto, tra piazza Garibaldi e Largo Faraglia. Tantissimi furono i feriti. Dicono che l’obiettivo fosse  il generale Kesserling che si trovava nel Ristorante Italia a tracciare, con i suoi, le linee per la ritirata tedesca dall’Italia. 

venerdì 2 ottobre 2015

Nonna.


Stamattina Google mi ha ricordato che è la festa dei nonni e io l’ho ricordato a te, telefonandoti. 
Siamo lontane, ma il pretesto per sentirci sappiamo bene come trovarlo per ritrovarci. Sempre. Tu sei l’unica nonna che io abbia e io sono la tua nipote più grande. Tu mi hai insegnato molto e continui a darmi lezioni di vita con la tua forza d’animo che si traduce in forza fisica, nonostante le tue novanta primavere, la tua schiena che fa i capricci e quel bastone al quale ti appoggi da quando tuo marito non c’è più. Mi hai insegnato a ricamare, a fare il punto croce, il punto a giorno, a fare la maglia di lana e la pasta all’uovo, a piegare bene i panni appena ritirati per poterli stirare col minimo sforzo, a dire un proverbio per ogni situazione e a lasciarsi andare ad una risata anche quando le uniche cose a scappare sarebbero le lacrime. Mi dici spesso “Beato chi ti si prende!” e mi ricordi che il corredo che hai preparato per me è nella cassapanca in camera tua. Io ti ascolto, sorrido, mi si stringe il cuore e spero di non deluderti mai. 
Io a te ho spiegato la Seconda Guerra Mondiale, così come l’ho studiata sui libri di scuola. Tu l’hai vissuta, ma non perdi mai occasione per dirmi quanto bene io te l’abbia raccontata e che era proprio vero che i tedeschi vi facevano preparare i pasti per loro, ma che non li assaggiavano prima che foste voi a farlo, per scongiurare il rischio di avvelenamento. Ti ho insegnato che i fuochi d’artificio sono belli da vedere quando non c’è la paura di dover scappare veloce chissà dove per cercare riparo. 
Ti ho sempre ringraziata per tutto quello che hai insegnato a me e agli altri nipoti e l’ho fatto anche il giorno della festa per il tuo 90mo compleanno, ad agosto di quest’anno, parlando a braccio davanti a tutta la famiglia con addosso la commozione più forte mai provata prima. Tu mi hai guardata negli occhi lucidi, come i tuoi, e mi hai detto sorridendo: ”Già ti viene da piange, non ce la fai a parlà!”. Io ho fatto un respiro profondo e sono riuscita a dire ciò che avevo dentro e a dirti quel Grazie che mi rende quotidianamente orgogliosa di essere la nipote di nonna Rosa.

giovedì 11 giugno 2015

Conservare.


Gerarchia, meritocrazia e gavetta sono concetti che ho imparato fin da piccola grazie ai pomodori.  
Agosto era il  mese delle conserve da aggiungere a quelle dell’anno prima che sarebbero in ogni caso bastate per altri dieci anni. 
Sveglia all’alba e donne all’opera. Ricordo che la notte prima si andava tutte a dormire con una sana ansia da prestazione.  La prima ad alzarsi era sempre e comunque nonna, nonostante i tentativi di dissuasione da parte di figlie e vicine di casa perché “non ci corre dietro nessuno!”. Nonna  Rosa predisponeva l’ambiente di lavoro nel migliore dei modi con tutto il necessario perché i pomodori rossi e lunghi passassero attraverso le varie fasi di lavorazione: prima l’accurato lavaggio, poi l’asciugatura, seguita dall’eliminazione della buccia, poi dallo spaccamento a metà dei pomodori e l’inserimento degli stessi in barattoli trasparenti nei quali venivano infilate delle profumate foglie di basilico che lei aveva accuratamente lavato e asciugato la sera prima. 
Ho fatto il mio ingresso in questa articolata catena produttiva in seconda elementare, con una grande busta di plastica bianca con il fondo tagliato e con i manici che si posavano sulle mie spalle. Mi sentivo grande con quel grembiule, nonostante fosse letteralmente improvvisato. Il mio compito – o meglio il compito che nonna aveva pensato per me – era portare i pomodori nelle bacinelle colorate perché le altre potessero sbucciarli. Poi prendevo i pomodori senza buccia e li spostavo in altre bacinelle dove altre mani li avrebbero spaccati a metà ed infilati nei barattoli di vetro, aiutandosi con una bacchetta di legno per evitare che si formassero delle bolle d’aria tra uno strato e l’altro. Ho trascorso almeno  quattro agosti facendo questo e mi piaceva così tanto. Poi l’avanzamento di grado: un grembiule rosso con disegnati un gilet e un papillon e un coltello in dotazione tutto per me. Finalmente anch’io potevo sbucciare i pomodori! Ricordo che parlando al telefono con una mia amica le avevo detto di questa mia promozione sul campo e ricordo anche il suo disappunto visto che lei non aveva ancora avuto la possibilità di partecipare alla preparazione delle conserve perché considerata troppo piccola, quando in realtà non eravamo altro che coetanee. 
Dopo quella prima promozione ne seguirono altre a stretto giro, agosto dopo agosto, estate dopo estate. Tutti i miei scatti di carriera furono il frutto di un’ attenta osservazione da parte di nonna Rosa. Eccomi a tagliare a metà i pomodori, facendo attenzione nel controllare che tutti fossero integri e scartando quelli malandati; l’anno successivo ero l’addetta alla chiusura delle bottiglie di passata con tappi a corona.  Sentivo distintamente la responsabilità sulle mie spalle e nelle mie mani. L’anno dopo eccomi ad infilare pomodori nei barattoli per poi a passarli a mio zio, unico uomo ammesso nella squadra, che era l’addetto alla chiusura ermetica dei barattoli che poi venivano tuffati in un grande calderone pieno d’acqua con fiamma viva sotto per far sì che le conserve potessero  intraprendere il viaggio verso la sterilizzazione. 
Ricordo il profumo intenso del basilico, quello del pomodoro un po’ lessato un po’ crudo, le mie mani arricciate come quando si sta troppo tempo in mare e quei semini viscidi che finivano ovunque e che continuavano a rispuntare secchi anche dopo giorni dalla preparazione delle conserve. Ricordo la serietà e la precisione di noi tutte nell’eseguire il lavoro. Ricordo tanto di quel periodo. Un po’ perché sono pur sempre una nostalgica del cavolo e un po’ perché conservare il ricordo è il miglior modo per andare avanti, anche quando le conserve non si fanno più.  

lunedì 1 giugno 2015

Cinderella Reloaded



" Dopo qualche giorno bussò alla loro porta il paggio che portava su un cuscino la scarpetta perduta. Per ordine del re tutte le fanciulle del regno dovevano provarla, ma solo chi fosse riuscita ad infilarla avrebbe sposato il principe. Cenerentola prese al volo la scarpetta dal cuscino del paggio, la avvicinò alla pentola piena di bollente sugo messa sul fuoco e fece fare al pezzo di morbido pane un tuffo carpiato nel pomodoro. Tenendo sempre la scarpetta tra le dita, la tirò su portandola verso la bocca e la mangiò in un solo boccone. 
E vissero tutti felici e contenti perché satolli "


[Da "Cenerentola pane al pane" ]

lunedì 16 febbraio 2015

Tipi maschili dalla A alla Z


Anaffettivo: conosce un numero spropositato di persone ed è sempre pronto a conoscerne di nuove. Riesce a metterti a tuo agio, fa sì che tu ti confidi con lui, ma quando arriva il turno delle sue confidenze, si trincera dietro una corazza di silenzio. Potresti trovarti bene con lui solo se sei anaffettiva anche tu.


Bugiardo: mente perché non riesce proprio a dire la verità. Mentirà su quanto zucchero mette nel caffè a colazione, su quanta fiducia ripone nel genere umano e su quanto interesse prova nei tuoi confronti. Se lo conosci lo eviti, proprio come faceva Pinocchio con la scuola.



Corteggiatore: ti lusinga con mille complimenti, ti fa sentire costantemente al centro delle sue attenzioni, ti chiede di uscire, tu accetti e lui continua ad invitarti per altre mille uscite. Non appena tu gli fai notare che vorresti rendere il vostro rapporto più concreto lui si spaventa e scappa via…a corteggiare un’altra.



Distratto: sa bene che porre domande ad una donna è cosa buona e  giusta, ma non riesce ad afferrare il concetto secondo il quale è bene anche ascoltare le risposte che la donna gli da. Va da sé che il distratto ha pessima memoria per ricorrenze e date. 


Ex: ha condiviso con te una parte di vita ed ora ha la sua. La sua attuale compagna sarà sempre meno interessante/intelligente/attraente di te. Anche le tue amiche sanno che devono pensarla così. 



Fedifrago: ha tradito tutte e tradirà  anche te. Benvenuta nel club dei cervi a primavera. Cerca di non cullarti nella presunzione di riuscire a cambiarlo.



Geloso: è abituato a dubitare di tutto e di tutti, anche di te. Ci tiene però a precisare che non è di te che non si fida, ma sono gli altri a non meritare la sua fiducia. Geloso e fedifrago sono spesso le due facce della stessa medaglia.



Hipster: sempre curato, attento ai particolari e alle novità musicali. Avrà costantemente più stile di te, fattene una ragione.



Illetterato: si è fermato alla terza media e si vede. Ti mette in imbarazzo  e ti fa vergognare quando apre bocca, specialmente se non sei la sua insegnante alle scuole serali.



Logorroico: è convinto del fatto che con la sua incessante parlantina riuscirà ad impressionarti, ma non sa che i monologhi ti annoiano e se ne rende conto solo quando sei andata via da uno meno loquace di lui.


Marpione: prevedibile e banale, ripete gli stessi schemi di corteggiamento con tutte, anche con te.  Riesci a prevedere quale sarà la sua prossima mossa e lo sbologni prima di appisolarti per la noia. 



Novellino: è decisamente più giovane di te e gli mancano i rudimenti in ambito sentimentale. Sta a te scegliere se insegnargli qualcosa oppure rivolgere le tue attenzioni altrove.



Omosessuale: avete lo stesso interesse per gli uomini, ma tu ne sei consapevole, mentre lui non lo vuole ammettere, né a te, tantomeno a se stesso.  Se lo sgami, gli presenti qualche tuo amico single.



Palestrato: è un cultore del fisico e degli addominali scolpiti. Ogni superficie in grado di restituirgli la sua immagine lo attira in maniera incontrollabile. Avrà sempre meno peli di te.


Questionatore: è sempre in disaccordo con tutti, anche con te. E’ come se non vedesse l’ora di arrivare allo scontro per far valere le sue ragioni, sminuendo le tue. Spesso è affetto da insicurezza cronica e vota Cinquestelle.



Rampollo: benestante,  abituato ad avere un certo stile di vita, habitué del lusso e frequentatore di posti in. Esci con lui, ma ti senti come un pesce fuor d’acqua. Il consiglio è quello di tenere sempre a mente che Cenerentola è esistita, ma solo per Walt Disney.



Stalker: ti tampina con messaggini e telefonate. Se non gli rispondi, ti scrive altrove. Va arginato non appena mostra i primi sintomi dello stalker, prima che possa essere troppo tardi. 


Tassista: vuole sempre darti un passaggio, anche quando non hai la minima intenzione di tornare a casa. Ha una macchina presa a rate e  che chiama per nome.



Ultrà: calciofilo fino al midollo, vive in funzione del campionato. E’ sempre online su WhatsApp, ma per via del gruppo del Fantacalcio.


Vascorossiano: per lui il Blasco è l’unico degno di essere chiamato cantante. Cerca di non perdersi neanche un suo concerto e riusciresti ad andare d’accordo con lui solo se anche tu fossi amante di Vasco.


Zerbino: pende dalle tue labbra, puoi chiedergli la luna e lui farà di tutto per fartela avere. Si è procurato anche il numero di Samantha Cristoforetti per renderti felice.